mens minima

[le cose piccole sono più facili da perdere]

Archive for the ‘riflessioni’ Category

punti di discontinuità sull’asse temporale

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Se il motociclista è già riuscito a evitare l’auto che gli ha tagliato la strada bruscamente nel traffico congestionato di una mattina nella Capitale, perché rallenta e si gira, gesticolando senza che nessuno lo senta (rischiando, tra l’altro, di andare realmente a sbattere)?

Written by A.

9 Maggio 2007 alle 1:00 pm

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botanica e koan

con 7 commenti

Il maestro disse un giorno all’allievo giunto da lontano a imparare lo zen: “Voglio darti un lavoro. Vedi quel grande vaso con due piante di glicine? Vanno trapiantate in quest’altro” e gli porse un vaso di coccio evidentemente più piccolo.
Lo studente si avviò pensieroso verso le piante, cominciò a scalzare la terra intorno e a estrarle con cura dal vaso. Le due piante di glicine erano meravigliose ed erano cresciute insieme tanto vicine che le loro radici s’erano intrigate a vicenda. Ormai erano praticamente una sola pianta e la zolla con le radici non entrava nel vaso più piccolo.
“Maestro,” disse mestamente l’allievo “come posso trapiantare due piante così grandi in un vaso così piccolo? Ho bisogno di un vaso più grande.”
Il vecchio lo scostò con un gesto brusco del braccio e si recò in giardino. Con grande delicatezza separò una per una le radici, dalle più grandi alle più minuscole. Poi mise le due piante l’una vicina all’altra e le confrontò. Scelse poi quella con la zolla rimanente delle dimensioni giuste per il nuovo vaso, ve la pose rincalzandola con terra concimata di fresco e l’annaffiò. Infine prese l’altra, con gesti rapidi del coltello ne tagliò tutti i rami e il tronco a pezzi, gettando il tutto insieme agli altri scarti della potatura.

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Questo me lo sono inventato, potrei dire, di sana pianta.
Certo è che se la vita fosse un koan, sarebbe facile rimanere quieti in meditazione.

Written by A.

29 Aprile 2007 alle 11:00 am

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il bisogno di Dio

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Qualche mese fa sentii un celebre filosofo etico dire: “l’etica non ha bisogno di dio; ogni essere umano è in grado di comprendere che provocare sofferenza ad un altro essere umano è male” e sono pienamente d’accordo.
C’è bisogno di Dio per sopportare il fatto che la sofferenza esiste comunque e non c’è rimedio.
C’è bisogno del concetto di Dio, per poter giocare a fare Dio e far soffrire deliberatamente un altro essere umano, contrariamente ad ogni etica.

Written by A.

17 Aprile 2007 alle 8:30 am

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misure

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C’è stato un tempo che ho misurato al crescere delle unghie.
Ora lo misuro al contare dei giornali e delle riviste non lette.

Written by A.

31 Marzo 2007 alle 6:30 am

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la saggezza delle piccole cose

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[incipit, con fare amichevole] Guardi, dovrei cambiare quelle di dietro. Però, ho combinato un guaio con questa che s’è rovinata di brutto; vede qui? Allora, quando passa dietro le anteriori, questa dovrebbe scambiarmela con quella di scorta.
Mi scusi, sa, lo so che le chiedo un giro un po’ complicato.

[replica, senza espressione] Non si deve scusare con me. E’ solo lavoro.

Written by A.

28 Marzo 2007 alle 6:00 pm

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Appunti sulla circolarità imperfetta del Tempo

con 2 commenti

Tra le metafore che mi attraggono di più c’è quella della circolarità del tempo. Il tempo in realtà non esiste linearmente come abbiamo imparato a misurarlo. Il concetto di continuum infinito mal si presta alla riduzione in intervalli misurabili che si susseguono ordinati uno dopo l’altro. Così pure le indeterminatezze della meccanica quantistica rendono tutto più sfumato, al punto che il “quando”, come il “dove”, sono più difficili da abbracciare per noi, esseri senzienti, che percepiamo solo l’hic et nunc dell’universo circostante in funzione degli stimoli che ci arrivano. L’avvicendarsi delle stagioni è un’illusione. Il paradosso dei gemelli di Einstein ci ha definitivamente levato l’illusione che il tempo sia univoco. Da mesi ho l’orologio sulla parete che va con la sua batteria scarica al ritmo suo. Mi guardo bene dal cambiare batteria, mi sta insegnando sempre che il tempo non è com penso. In questo momento in un gesto automatico, un’occhiata furtiva mi ha confermato che sta segnando l’ora esatta. Ma è solo un illusione.
Chi di vieta allora di pensare che il tempo possa andare con percorsi differenti? Per esempio ripetersi circolarmente? Realtà o metafora della realtà, il tema della circolarità del tempo ricorre come un’ossessione nella storia e quindi anche nelle arti. Delle interpretazioni cinematografiche di questa metafora in particolare me ne sono care due che ho in vari momenti di quest’ultimo anno ripreso, gustato di nuovo e analizzato. Con occhi nuovi. Si tratta di “Pred Dozhdot” (Prima della Pioggia) di Milcho Mancheski e “Groundhog Day” (Il Giorno della Marmotta) di Harold Ramis. Getto alcuni appunti con il proposito di lavorarci sopra. I commenti saranno graditi.

“Pred Dozhdot” (1994)
Lo sviluppo della metafora della circolarità avviene fin dalla prima scena proprio con la negazione che essa sia perfetta. Lo scopo narrativo non si comprende in pratica fino alla fine. Quando la scena viene ripetuta con una leggera ma fondamentale differenza. In estrema sintesi, il personaggio principale del film, un affermato fotografo di guerra, entra nel cerchio del tempo per espiare la colpa sua come individuo e come membro della comunità, fino a spezzarlo col sacrificio di sangue a riscattare altro sangue. La morte a salvare la vita. Il film, intensissimo e tragico, vuole essere un messaggio di speranza contro la violenze ed è un piccolo capolavoro nel suo genere. Mi ha tanto colpito la prima volta e tutte le altre volte che ho dovuto riprenderlo e usarlo per elaborazioni mie tutte personali. A me che piacciono le metafore, trovarsene una così forte espressa così finemente ed usarla, era una tentazione troppo forte. Trovare il film in commercio è praticamente impossibile. Se l’hai visto bene, sennò, mi spiace per te.

“Groundhog Day” (1993)
Bill Murray è uno degli attori comici che preferisco. La sua maschera scanzonata e cinica qui è un’anticipazione di tutto quello che sarebbe venuto e l’avrebbe reso famoso. Il film è una commedia brillante, incentrata a modo suo anch’essa sulla circolarità come ripetizione ossessiva del quotidiano. Qui l’espediente narrativo è paradossale perché si concentra su un giorno solo in particolare, il giorno della marmotta, appunto, e il personaggio di Murray è costretto da uno strana curvatura del tempo a rivivere all’infinito questo giorno, nel modo e nel luogo che probabilmente gli sono più odiosi. Anche qui, la ripetizione come “espiazione”, ma ripetendo il ciclo un imprecisato numero di volte. Fino a raggiungere l’illuminazione e a rompere finalmente la circolarità affermando i buoni sentimenti e sublimandoli. Certo qui si ride e lo schietto lieto fine (che nel precedente non c’è perché si finisce pari e patta, in realtà) è certo attraente. Distaccandosi dall’ansia del successo e mettendo tutta l’energia positiva possibile si arriva infine al risultato senza averlo razionalmente calcolato (ricorda molto lo Zen, vero?). Fatto è che anche questa metafora mi ha dato da riflettere; per un altro verso è un messaggio di speranza anche questo.

(work in progress)

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per chi volesse approfondire:
Prez Dozhdot
Groundhog Day

Written by A.

25 Febbraio 2007 alle 5:00 pm

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la paura del silenzio

con 2 commenti

Un corso di formazione sulla comunicazione. Accetto: di questi tempi mi pare che riesca a comunicare peggio del solito (che è già poco), non mi può fare male.

Simpatici i consulenti, hanno organizzato il corso proprio bene. Si parla di tipi comunicativi e di regia. Non è che in tre giorni ci si illuda di imparare a capire l’Uomo e a comunicare in maniera efficace tutto (e nemmeno a dirigere o recitare col metodo Stanislavsij), però che si accenda qualche lampadina a noi che siamo almeno motivati, questo sì.

“L’ascolto è la forma superiore di comunicazione”. E questa la sapevo. L’assunto principale di ogni corso che si rispetti. Ad uno, uomo, logico e determinista come me, con una tendenza a controllare e prevaricare, è un consiglio che -benché ripetuto in tutte le salse- fa sempre comodo. Grazie.

Poi, l’insegnante si sofferma su un aspetto particolare. Era prevedibile, è una donna. “Il silenzio”, dice “è parte fondamentale del dialogo.” Questo sì, mi fa pensare.

Non ho mai avuto paura del silenzio, come del buio, e spesso sono io che mi ritiro nei miei spazi privati per conquistarmi il silenzio. Mi piace stare da solo a volte, per avere meno distrazioni quando penso. Se devo pensare cose importanti, posso anche scegliere di stare in silenzio per ore, per giorni. Ma è un silenzio mio e nel silenzio io continuo a macinare i miei pensieri. Il mio silenzio, poi, è solo un intervallo, non dico niente nel mio silenzio io. Altra cosa è dover affrontare il silenzio di un altro. Interpretare le cose non dette. Che forse rimarranno non dette. E se non verranno mai dette si perderanno tutte le informazioni che portavano. E l’analisi non potrà essere completa. La sintesi sarà imprecisa. Le conclusioni errate. Sbagliare! E’ l’incubo del risolutore di problemi; del logico ad oltranza che deve avere la sua mappa del mondo sempre a disposizione. Come una paura primordiale, un horror vacui. E se il silenzio fosse soltanto vuoto? Del silenzio non si riesce a interpretare nemmeno la sintassi. Di cosa stanno parlando? Figuriamoci a usarlo nei dialoghi!

Poi rifletto. Sono mesi che i silenzi, dei silenzi importanti, mi mettono alla prova. Cerco di staccarmi dall’ansia di capire. O, meglio, dall’ansia di interpretare. Non ci riesco. Parlo, mi agito, sono concitato. Parlo ancora e parlo addosso. Parlo sopra.
Poi taccio e mi rimetto ad ascoltare i silenzi con un po’ più d’attenzione. Ho ancora tanto da imparare. Ci vorrà pazienza e non solo da parte mia.

<!–Una Palabra–>

Written by A.

23 Febbraio 2007 alle 6:00 pm

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il paradosso può attendere

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“an apparently unacceptable conclusion derived by apparently acceptable reasoning from apparently acceptable premises”
(R. M. Sainsbury, Paradoxes)

Ti sembrerò ben strano
a forzar logica contro ogni scoglio
ma son soltanto umano
se ho detto “smetto” e intanto voglio
<!–
Dir di più non posso,
aspetto un momento più facondo.
Domando e mi rispondo:
non c’è né giusto, né sbagliato,
adeguato o inadeguato.
E’ ortodosso?
Forse no, ma è delicato.
Faccio tutto da me, mi domando e mi rispondo. Che sia strano? Proprio non direi! Né giusto, né sbagliato Adeguato o inadeguato Non arido o annacquato Controllato o incontrollato Ortodosso forse no, ma delicato.
–>
(Let’s Get Lost)

Written by A.

23 Febbraio 2007 alle 5:30 am

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compiti per casa

nessun commento

Si dice che gli opposti si attraggano, una visione complementare dell’universo antichissima. Sarà per questo che mi attrae lo Zen. A me che sono razionalista fino al midollo, che devo avere tutto ordinato, analizzato e spiegato davanti a me attrae questa via indefinibile, che non può essere descritta, né spiegata, né forzata, né compresa col pensiero.
Così nel corso di più di tre lustri, mi sono dedicato a conoscere meglio lo Zen (e anche qui il verbo non è adatto). Senza fretta particolare, perché non ci può essere fretta nella maturazione. Leggere dello Zen (che significa “meditazione”) è come cercare di raccogliere acqua con un dito. Si può solo provare a ricevere qualche goccia che faccia arrivare a qualcosa di più importante nella strada alla propria rinascita attraverso il satori, l’illuminazione. Non c’è un metodo e questa è la cosa che capisco di meno e che mi affascina di più forse. Bodhidharma, noto come il primo patriarca Zen, sedeva in silenzio di fronte a un muro.

Questo che ho riportato è un koan cinese (una sorta di esercizio spirituale per monaci zen) del 1200 al quale sono particolarmente attaccato. Qui ci sono parecchi concetti tutti compressi insieme, io lo leggo e lo rileggo senza capirlo appieno e ogni volta ci trovo qualcosa di pertinente alle mie vicende. Oggi ci leggo della legge di causalità, di risposte e domande sbagliate, di uno studente che sorprende il maestro, di uno schiaffo come risposta giusta, del controllo e mancanza di controllo.

E’ la barriera senza cancello quella più difficile da attraversare.

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Written by A.

16 Febbraio 2007 alle 10:20 pm

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As Time Goes By

nessun commento

Due anni, non ci posso credere. Sono già passati due anni. Sembra ieri eppure già lontano. Quasi irraggiungibile dalla memoria immediata.

E’ periodo ricco di anniversari questo, mi confondo a pensarci. Infatti sono confuso e avrei dovuto scrivere ieri di uno più importante.

Mario Soldati nasce il 17 Novembre 1906 a Torino. Dopo aver compiuto i primi studi presso i Gesuiti, si laurea in Lettere e in seguito frequenta a Roma l’Istituto superiore di Storia dell’Arte. Nel 1929 consegue una borsa di studio e si reca in America, dove rimane fino al 1931. Nasce dal suo fellowship presso la Columbia University il libro America, primo amore. Prima di partire per l’America aveva pubblicato nel 1929 Salmace. Portò sullo schermo numerosi romanzi della fine dell’Ottocento, come Piccolo mondo antico, Malombra. Ridusse, tra l’altro, per il cinema Le miserie di Monsù Travet, da una commedia di Bersezio, ed Eugenia Grandet di Balzac. Vissuto a lungo fra Roma e Milano, ha trascorre la sua vecchiaia in una villa di Tellaro, nei pressi di La Spezia, fino alla morte, avvenuta nel 1999. >>>

Soldati è stato geniale, poliedrico e innovativo in una maniera molto pacata che lo ha fatto notare meno di altri autori contemporanei. Qualche critico dice è tempo che gli sia dato il posto che merita nell’Olimpo. Io dico leggetelo, guardatelo e divertitevi con lui.

Mi accorgo ora che le celebrazioni per il mio più famoso omonimo qui a Roma sono già concluse. Arrivo tardi anche per questo. Meno male ho ancora qualche sigaro dell’anniversario da gustare. Alla sua.

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Su “Vibrisse” trovate una serie interessante di articoli

Alla scoperta di Mario Soldati – 1^ Puntata (di Leonardo Colombati)
Alla scoperta di Mario Soldati – 2^ Puntata (idem)
Mario Soldati: cento anni fa nasceva un curioso viaggiatore (di Tonino Pintacuda)

Written by A.

18 Novembre 2006 alle 8:15 am

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