mens minima

[le cose piccole sono più facili da perdere]

Archive for the ‘flussi di coscienza’ Category

piccoli uomini

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Si dice che la storia sia fatta dalle biografie dei grandi uomini. I miei libri di storia io li ho venduti appena dopo la maturità. Penso che quelle poche migliaia di lire siano finite in bevute di birra con gli amici.
Così ora non mi ricordo più bene chi fossero Nitti, Orlando o Sonnino. Nomi che trovi scritti nelle piazze e ti ricordano solo di personaggi corpulenti con lo sguardo intenso e folti baffi. Di Garibaldi ammiro sempre la statua sul Gianicolo, ma poco ricordo dell’Uruguay, per dire.
Invece il sapore della birra me lo ricordo sempre e, se mi concentro, ricordo tutte quelle che ho assaggiato. Come pure mi ricordo bene il sapore delle patate novelle che Antonio riportava dal suo orto: piccolo, piegato dalla fatica e dall’artrosi con due manciate di piccoli tuberi sporchi di terra a precederlo.

Written by A.

16 Luglio 2007 alle 11:45 am

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i pilastri dell’emozione

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Lei mi dice come prima cosa: “mettiti in mutande”, il che mi sembra un tantino bizzarro per una sublussazione alla spalla, però obbedisco. Poi comincia a visitarmi dalla testa ai piedi, controllare gli allineamenti dello scheletro, i muscoli e gli organi interni. In piedi, cammina, sdraiato. Tira e molla, gira e torci, palpa e pressa.
“Non è solo la spalla, è tutta questa linea qui che non va” e mi traccia un asse che va dalla testa dell’omero alla testa del femore opposto. “Il fegato è bello grosso; niente di patologico, ma non è che bevi troppo?” Poi ad un tratto, mi ficca le dita dietro la schiena proprio dove finiscono le costole. Stoico, sì, ma che male! Lo confesso: a sinistra mi fa un male cane. Mi chiede con nonchalance: “Sei sposato? Fidanzato?” Io devo aver fatto una faccia strana, come per le mutande. Che c’entra lo stato civile con il mal di schiena? “Sono i pilastri del diaframma” mi spiega “qui si accumulano le tensioni legate all’emotività e tu ce li hai proprio bloccati!”
Ok, tutto chiaro ora.

Written by A.

3 Luglio 2007 alle 2:00 pm

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senza senso (apparentemente)

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L’altro giorno m’è capitato di buttare l’occhio su una targhetta nuova nel corridoio dove è il mio ufficio. E’ un corridoio lungo di tutte porte uguali rivestite in lamina finto legno. Difficile che faccia attenzione alle targhette: sono sempre le stesse e io sto sempre immerso nei pensieri miei. Anzi capita a volte che entro nell’ufficio prima o in quello dopo del mio tanto sono distratto. Eppure questo l’avevo notato, il nome di una collega che conosco da un sacco di anni anche se non siamo mai andati oltre il saluto o una chiacchierata nel corridoio. Però era un po’ che non la vedevo, era stata trasferita, ed ho pensato: “to’, è di nuovo qui!”
M’hanno detto che ieri è morta di cancro. Le targhette non significano veramente nulla.

Written by A.

25 Giugno 2007 alle 6:00 pm

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piccole necessarie confessioni

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Non so voi, ma io mi sento sempre un po’ strano quando qualcuno che non conosco mi confida qualcosa di intimo di punto in bianco.
Come per esempio, l’altro giorno, il mio vicino per sottolineare quella sensazione di violazione che rimane sempre quando ti entrano i ladri in casa, mi ha raccontato i dettagli della notte, di come stava copulando con la moglie e di quello sfinimento post coitale che ti rende quasi insensibile a tutti i rumori.
Sarà che in condizioni normali ci vogliono le pinze per tirarmi fuori qualcosa di personale, anche alle persone che mi amano e mi conoscono bene, ma provo sempre un brivido d’imbarazzo in certe situazioni.
Ieri pomeriggio m’è successo ancora mentre stavo concludendo una transazione commerciale, in un garage, che, se ci pensate, è il momento e il luogo che ispirano di meno forse a questo tipo di aperture. Eppure, quest’uomo suppergiù della mia età, che avrò visto tre volte in tutto, s’è messo a parlare di come ha perso la madre di leucemia. Della rabbia delle sedute di chemioterapia, guardandosi intorno e vedendo quanti giovani facevano compagnia alla sua vecchia. Niente di nuovo, io sono un duro, lo fissavo con la consapevolezza che la vita è così. Ma quando a sintetizzare l’indegnità della cosa mi ha versato addosso: “sono finito a dover fare il bidet a mia madre, capisci?” E io, sì, capisco e ho dovuto abbassare lo sguardo. Una stretta di mano, i convenevoli, come se niente ci fossimo detti, ed ero fuori all’aria afosa.
Sono a disagio, voglio pensare ai casi miei e non capisco perché mi vuoi dare più informazioni di quelle di cui ho bisogno.
M’è rivenuto in mente d’aver letto qualcosa su un altro blog che affrontava il tema e confidava, riuscendo pure a dare un senso positivo al tutto.
M’è venuto in mente che devo essere proprio cieco se non riesco a vedere attraverso le persone quando si rendono trasparenti e che, in fondo, anche io vado facendo qui da tutto questo tempo la stessa cosa. Piccole necessarie confessioni a perfetti estranei.

Written by A.

23 Giugno 2007 alle 7:08 am

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essenze scrostate

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Ieri sera me ne stavo a prendere fresco in balcone, mezzo stordito da quel boccale di birra a stomaco vuoto che m’ero bevuto. Ci vuole una doccia calda anche d’Estate a riconciliarti con l’universo. Radere i capelli a zero e fare subito dopo una doccia calda, ecco come mi piace. E asciugarmi al ponentino con le gocce d’acqua ancora addosso. Ieri era infatti Estate. Ma non è questo il punto.
M’ero acceso da fumare e sbuffavo voluttuosamente spire controluce al bagliore della tv accesa senza audio in salone. Poi lo sguardo è caduto sul portacenere di vetro e con un gesto distratto ho fatto saltare con l’unghia l’ultimo pezzetto di quella pellicola che lo ricopriva. Ho avuto un lampo della memoria e ho rivisto il momento in cui l’ho avuto fra le mani per la prima volta. Massiccio, solido, rosso sangue. E’ stato da sempre in casa, anche quando ho smesso di fumare. Uno di quelli oggetti di riferimento di cui ti liberi solo quando si rompono. Il portacenere è stato relegato sul tavolino in balcone e negli anni ha cominciato a scrostarsi del colore originale. Ora è verde; forse per un caso, un colore complementare. E’ molto più trasparente di prima, ci si può guardare attraverso: ci vedo la mia mano se lo afferro. Ha perso la sua patina di novità e perfezione e, per qualche ragione, è diventato ancora più attraente per me.

Written by A.

22 Giugno 2007 alle 1:30 pm

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enchain me or set me free

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Una mia vicina di casa ha un gatto. Si chiama Micki. Il gatto non la vicina.
Micki è un bel soriano nero e bianco. Il pelo lucido e lo sguardo sveglio.
La mia vicina ama molto Micki; almeno così mi pare.
Lei lo porta a fare le passeggiate nel vialetto condominiale con un guinzaglio.
A me questa cosa ha sempre stupito un po’. E non solo solo io, perché è capitato anche ai miei amici di incontrarla e tutti m’hanno detto: “hai visto quella col gatto al guinzaglio?”

Un giorno mi ha detto che è per il suo bene. Altrimenti scapperebbe, si perderebbe per la città e non saprebbe come tornare. Io ho pensato: “e ci credo che vuole scappare! Qual è il gatto che vuole essere tenuto al guinzaglio?”
Poi è successo che Micki è riuscito a scappare davvero. La vicina era disperata. Lei e tutte le altre “gattare” del condominio in strada a chiamarlo.
Micki è tornato dopo due giorni, che stava benissimo e sicuramente se l’era spassata un mondo.
Io non so cosa significa. Non so se sia meglio il guinzaglio e stare sicuri o l’indipendenza e rischiare di perdere. D’altronde io non ho un gatto.

Written by A.

6 Giugno 2007 alle 9:24 am

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A Sort Of Homecoming (VIII)

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Il sole trafigge le colline di tufo da uno squarcio di nuvole come un ricordo. Esalta radente il fieno chiaro come i capelli ed i campi d’erba umidi s’accendono del verde degli occhi. Intanto cadono rade piccole gocce di pioggia come lacrime sul parabrezza.

Written by A.

2 Giugno 2007 alle 8:00 am

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10

nessun commento

La prima si dischiuse contando
leggera e incosciente come quella d’un bimbo.
La seconda con stento e con paura
non s’è aperta neanche tutta per il dolore.
Continuano a contare adesso
tutt’e due serrate a pugno.

Written by A.

1 Giugno 2007 alle 5:00 pm

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dubbi esistenziali

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L’altro giorno m’ha svegliato l’abbaiare di un cane. Lo conosco, è un cane enorme dall’aspetto feroce.
Stamattina presto m’ha svegliato invece un bimbo che piangeva al piano di sopra.
Non mi sono arrabbiato pensando: “meglio un bambino che un cane!”
Subito dopo mi sono messo a ponderare se, su scala cosmica, fosse davvera esatta la mia affermazione. Avevo qualche dubbio.
Poi ha cominciato anche il cane.

Written by A.

20 Maggio 2007 alle 12:15 pm

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nel loop infernale

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E’ il fegato beccato e strappato ogni giorno
E’ il masso che rotola sempre all’indietro
Sono i dolci frutti che sfuggono alla presa.
E Il signor Smith beffardo che chiosa:
“prendi un circolo, coccolalo e diverrà vizioso…”

Written by A.

18 Maggio 2007 alle 11:00 am

Pubblicato in flussi di coscienza