mens minima

[le cose piccole sono più facili da perdere]

alla ricerca di un possibile epilogo: ragioni etiliche reloaded

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Io questa serie qui di raccontini avrei voluto chiuderla da tempo. Poi l’altra sera m’è capitato di comprare del vino e mi sono accorto solo a casa quando l’ho aperto che aveva il tappo a vite. Avevo la gola troppo secca e troppo voglia di un goccio per fare tanto il sofista. Certo, ho pensato, che se vai a comprare il vino al supermercato il rischio c’è! C’era un tempo che avevo l’enoteca preferita e quando ero a casa in franchigia, mi capitava di passare pomeriggi interi a discutere col signor Umberto di quella o quell’altra cantina, di questo o quell’altro vino. Bere tanto, ma con criterio, questo mi sono sempre detto. Poi i soldi non durano in eterno e anche la pigrizia gioca la sua parte. Comprare le cose al supermercato è più facile. Mi concendo sempre il bicchiere da degustazione giusto, perché ci si può sbronzare con classe, ma per quella bottiglia là ho rispolverato dalla dispensa un bicchiere di vetro infrangibile, di quelli bassi e tozzi da osteria. Tutto contento mi sono messo a gustare il mio vino col tappo a vite, così, notando fra l’altro sull’etichetta che nella zona di produzione è stata scoperta una discarica di rifiuti tossici.
Dev’essere stato quello (o i solfiti) perché non mi capita mai che una sola bottiglia mi mandi al tappeto. Anzi al divano, perché ho riaperto gli occhi che stavo stravaccato a faccia in giù col sole che già filtrava dalla tapparella. Avete mai visto quando la luce entra di traverso nella stanza buia e sembra che ci sia polvere dappertutto nell’aria? Con la guancia ancora appoggiata al cuscino un po’ umido del divano, mi sono spostato un po’ e ho messo a fuoco il tavolino. Tutto coperto di giornali vecchi e lattine di birra. Si vede che la signora delle pulizie se n’è tornata al suo paese per l’Estate. Avrà un bel da fare a Settembre quando torna. Il posacenere è una piramide di mozziconi. Gli inglesi li chiamano “culi”, culi di sigaro. Ho scoperto che quelli di sigaretta sono veramente tossici nell’ambiente, per via del filtro che è di fibra di plastica, sapete? Io fumo solo sigari e inquino di meno, allora. Dovrebbero scriverlo sulle scatole dei sigari: “il fumo uccide, ma non fa così male all’ambiente”.
La polvere dall’aria si posa veramente dappertutto. A guardare il tavolino di vetro da quella posizione mi sono reso conto che copre tutto allo stesso modo. Le cose vecchie e le nuove, con grande giustizia.

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Ragioni Etiliche – 6 >>>

Written by A.

19 Agosto 2007 alle 4:00 pm

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piccoli uomini

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Si dice che la storia sia fatta dalle biografie dei grandi uomini. I miei libri di storia io li ho venduti appena dopo la maturità. Penso che quelle poche migliaia di lire siano finite in bevute di birra con gli amici.
Così ora non mi ricordo più bene chi fossero Nitti, Orlando o Sonnino. Nomi che trovi scritti nelle piazze e ti ricordano solo di personaggi corpulenti con lo sguardo intenso e folti baffi. Di Garibaldi ammiro sempre la statua sul Gianicolo, ma poco ricordo dell’Uruguay, per dire.
Invece il sapore della birra me lo ricordo sempre e, se mi concentro, ricordo tutte quelle che ho assaggiato. Come pure mi ricordo bene il sapore delle patate novelle che Antonio riportava dal suo orto: piccolo, piegato dalla fatica e dall’artrosi con due manciate di piccoli tuberi sporchi di terra a precederlo.

Written by A.

16 Luglio 2007 alle 11:45 am

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ambiguità

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Cado. Ora mi sembra la conclusione inevitabile. Devo averlo saputo da sempre e me ne rendo conto solo ora che precipito liberamente.
Questa giornata era iniziata solo con l’eccitazione dei preparativi. Il cavo d’acciaio teso e non una nuvola all’orizzonte. Non proprio un’occasione da record, in una città di provincia coi palazzi mai troppo alti, tuttavia la prima volta per me senza rete.
E’ quando mi sono trovato a metà che ho avuto chiara l’idea -come un lampo- che di queste imprese in realtà non mi mai ha attirato né la soddisfazione di superare la prova, né l’adrenalina del rischio; non ho niente da dimostrare a nessuno e non una causa a cui dedicare il successo. L’unica vera ragione che mi spinge è proprio quell’ambiguità di essere sospeso fra terra e cielo.
Così ho continuato a pensare mentre mi avvicinavo alla balaustra e a un tratto, elaborata la folgorazione, mi sono fermato. In equilibrio mobile: l’asta fra le braccia a compensare gli sbilanci. Dev’essere stato un tempo piuttosto lungo; me ne sono reso conto guardando le persone di sotto assiepate dietro le transenne. Li vedevo urlare senza sentirli veramente. E il resto dello staff sul tetto del palazzo ad aspettarmi che si sbracciavano in gesti arcuati. “Vieni! Forza! Ancora qualche passo!” Istintivamente devo aver fatto qualche passo indietro, invece.
Non volevo arrivare. L’impresa più emozionante della mia vita sarebbe finita e mi sarei ritrovato solo stasera come tutte le sere a bere birra e guardare vecchi film in bianco e nero.
Ineluttabile, come la fine in tutte le cose umane, s’è alzato il vento a risolvere l’ambiguità. Cado.

Written by A.

6 Luglio 2007 alle 9:48 am

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i pilastri dell’emozione

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Lei mi dice come prima cosa: “mettiti in mutande”, il che mi sembra un tantino bizzarro per una sublussazione alla spalla, però obbedisco. Poi comincia a visitarmi dalla testa ai piedi, controllare gli allineamenti dello scheletro, i muscoli e gli organi interni. In piedi, cammina, sdraiato. Tira e molla, gira e torci, palpa e pressa.
“Non è solo la spalla, è tutta questa linea qui che non va” e mi traccia un asse che va dalla testa dell’omero alla testa del femore opposto. “Il fegato è bello grosso; niente di patologico, ma non è che bevi troppo?” Poi ad un tratto, mi ficca le dita dietro la schiena proprio dove finiscono le costole. Stoico, sì, ma che male! Lo confesso: a sinistra mi fa un male cane. Mi chiede con nonchalance: “Sei sposato? Fidanzato?” Io devo aver fatto una faccia strana, come per le mutande. Che c’entra lo stato civile con il mal di schiena? “Sono i pilastri del diaframma” mi spiega “qui si accumulano le tensioni legate all’emotività e tu ce li hai proprio bloccati!”
Ok, tutto chiaro ora.

Written by A.

3 Luglio 2007 alle 2:00 pm

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senza senso (apparentemente)

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L’altro giorno m’è capitato di buttare l’occhio su una targhetta nuova nel corridoio dove è il mio ufficio. E’ un corridoio lungo di tutte porte uguali rivestite in lamina finto legno. Difficile che faccia attenzione alle targhette: sono sempre le stesse e io sto sempre immerso nei pensieri miei. Anzi capita a volte che entro nell’ufficio prima o in quello dopo del mio tanto sono distratto. Eppure questo l’avevo notato, il nome di una collega che conosco da un sacco di anni anche se non siamo mai andati oltre il saluto o una chiacchierata nel corridoio. Però era un po’ che non la vedevo, era stata trasferita, ed ho pensato: “to’, è di nuovo qui!”
M’hanno detto che ieri è morta di cancro. Le targhette non significano veramente nulla.

Written by A.

25 Giugno 2007 alle 6:00 pm

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piccole necessarie confessioni

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Non so voi, ma io mi sento sempre un po’ strano quando qualcuno che non conosco mi confida qualcosa di intimo di punto in bianco.
Come per esempio, l’altro giorno, il mio vicino per sottolineare quella sensazione di violazione che rimane sempre quando ti entrano i ladri in casa, mi ha raccontato i dettagli della notte, di come stava copulando con la moglie e di quello sfinimento post coitale che ti rende quasi insensibile a tutti i rumori.
Sarà che in condizioni normali ci vogliono le pinze per tirarmi fuori qualcosa di personale, anche alle persone che mi amano e mi conoscono bene, ma provo sempre un brivido d’imbarazzo in certe situazioni.
Ieri pomeriggio m’è successo ancora mentre stavo concludendo una transazione commerciale, in un garage, che, se ci pensate, è il momento e il luogo che ispirano di meno forse a questo tipo di aperture. Eppure, quest’uomo suppergiù della mia età, che avrò visto tre volte in tutto, s’è messo a parlare di come ha perso la madre di leucemia. Della rabbia delle sedute di chemioterapia, guardandosi intorno e vedendo quanti giovani facevano compagnia alla sua vecchia. Niente di nuovo, io sono un duro, lo fissavo con la consapevolezza che la vita è così. Ma quando a sintetizzare l’indegnità della cosa mi ha versato addosso: “sono finito a dover fare il bidet a mia madre, capisci?” E io, sì, capisco e ho dovuto abbassare lo sguardo. Una stretta di mano, i convenevoli, come se niente ci fossimo detti, ed ero fuori all’aria afosa.
Sono a disagio, voglio pensare ai casi miei e non capisco perché mi vuoi dare più informazioni di quelle di cui ho bisogno.
M’è rivenuto in mente d’aver letto qualcosa su un altro blog che affrontava il tema e confidava, riuscendo pure a dare un senso positivo al tutto.
M’è venuto in mente che devo essere proprio cieco se non riesco a vedere attraverso le persone quando si rendono trasparenti e che, in fondo, anche io vado facendo qui da tutto questo tempo la stessa cosa. Piccole necessarie confessioni a perfetti estranei.

Written by A.

23 Giugno 2007 alle 7:08 am

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essenze scrostate

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Ieri sera me ne stavo a prendere fresco in balcone, mezzo stordito da quel boccale di birra a stomaco vuoto che m’ero bevuto. Ci vuole una doccia calda anche d’Estate a riconciliarti con l’universo. Radere i capelli a zero e fare subito dopo una doccia calda, ecco come mi piace. E asciugarmi al ponentino con le gocce d’acqua ancora addosso. Ieri era infatti Estate. Ma non è questo il punto.
M’ero acceso da fumare e sbuffavo voluttuosamente spire controluce al bagliore della tv accesa senza audio in salone. Poi lo sguardo è caduto sul portacenere di vetro e con un gesto distratto ho fatto saltare con l’unghia l’ultimo pezzetto di quella pellicola che lo ricopriva. Ho avuto un lampo della memoria e ho rivisto il momento in cui l’ho avuto fra le mani per la prima volta. Massiccio, solido, rosso sangue. E’ stato da sempre in casa, anche quando ho smesso di fumare. Uno di quelli oggetti di riferimento di cui ti liberi solo quando si rompono. Il portacenere è stato relegato sul tavolino in balcone e negli anni ha cominciato a scrostarsi del colore originale. Ora è verde; forse per un caso, un colore complementare. E’ molto più trasparente di prima, ci si può guardare attraverso: ci vedo la mia mano se lo afferro. Ha perso la sua patina di novità e perfezione e, per qualche ragione, è diventato ancora più attraente per me.

Written by A.

22 Giugno 2007 alle 1:30 pm

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vernacolo minimo

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Lo so, nun è bello, è ‘no spreco,
c’è la gente che more.
Però che ristoro, si è callo,
attaccàsse ar nasone.
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Roma è bellissima anche con le vie barricate di poliziotti. Una piccola suggestione e una canzone in ricordo di Gabriella Ferri, morta suicida tre anni fa.
["Sinnò me moro", 1961 - testo Pietro Germi /musica Carlo Rustichelli]


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Written by A.

9 Giugno 2007 alle 6:00 pm

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enchain me or set me free

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Una mia vicina di casa ha un gatto. Si chiama Micki. Il gatto non la vicina.
Micki è un bel soriano nero e bianco. Il pelo lucido e lo sguardo sveglio.
La mia vicina ama molto Micki; almeno così mi pare.
Lei lo porta a fare le passeggiate nel vialetto condominiale con un guinzaglio.
A me questa cosa ha sempre stupito un po’. E non solo solo io, perché è capitato anche ai miei amici di incontrarla e tutti m’hanno detto: “hai visto quella col gatto al guinzaglio?”

Un giorno mi ha detto che è per il suo bene. Altrimenti scapperebbe, si perderebbe per la città e non saprebbe come tornare. Io ho pensato: “e ci credo che vuole scappare! Qual è il gatto che vuole essere tenuto al guinzaglio?”
Poi è successo che Micki è riuscito a scappare davvero. La vicina era disperata. Lei e tutte le altre “gattare” del condominio in strada a chiamarlo.
Micki è tornato dopo due giorni, che stava benissimo e sicuramente se l’era spassata un mondo.
Io non so cosa significa. Non so se sia meglio il guinzaglio e stare sicuri o l’indipendenza e rischiare di perdere. D’altronde io non ho un gatto.

Written by A.

6 Giugno 2007 alle 9:24 am

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A Sort Of Homecoming (VIII)

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Il sole trafigge le colline di tufo da uno squarcio di nuvole come un ricordo. Esalta radente il fieno chiaro come i capelli ed i campi d’erba umidi s’accendono del verde degli occhi. Intanto cadono rade piccole gocce di pioggia come lacrime sul parabrezza.

Written by A.

2 Giugno 2007 alle 8:00 am

Pubblicato in flussi di coscienza